Primo giorno di asilo: il pianto e’ normale (anche il tuo)

Copertina dell'articolo primo giorno di asilo

Il pianto al primo giorno di asilo è una reazione fisiologica normale: non è un capriccio e, soprattutto, non è colpa tua. E’ il modo in cui un bambino di 2-3 anni comunica che sta vivendo qualcosa di grande. E spesso, accanto a lui, anche tu stai vivendo qualcosa di altrettanto grande.

Scopriamo insieme cosa e come affrontare il grande passo.

E’ settembre.

Il corridoio dell’asilo sa di pittura nuova e di detersivo al limone. Tuo figlio stringe la tua mano così forte che senti le sue dita piccole sulle nocche. Poi vede la porta. E inizia.

Le lacrime. Le braccia alzate verso di te. Quel ‘no, mamma’ che ti arriva dritto allo stomaco.

L’educatrice si avvicina con un sorriso professionale e lo prende in braccio. Ti fa un cenno: ‘Vada pure. E tranquilla, adesso smette.’

Tu esci e pensi ‘Tranquilla un corno! Quel bambino o bambina che ho appena lasciato è mio figlio… ed la prima volta…’ Nel frattempo arrivi in macchina. Metti in moto. E…

Crolli.

Quante volte ti sei fatta questo film? Naturalmente prima di viverlo davvero!

Ho una buona, anzi ottima, notizia: ci siamo passate tutte!

Ed è una specie di patibolo in cui ogni pezzetto di te ti spinge a tornare là, riprenderti il tuo bambino o bambina, per andare a casa a fare quello che avete fatto fino a quel momento.

Ma prima devi sapere una cosa: quello che sta succedendo, quel pianto, non è un fallimento educativo. Anzi… è la dimostrazione del forte legame che vi unisce. E’ solo un momento delicato, una delle tappe più normali e più faticose dei suoi primi anni di vita.

E una delle prime vere prove da genitore.

Ti va di scoprire come affrontarla?

Seguimi!

Perche’ i bambini piangono al primo giorno di asilo

Il pianto al distacco è l’unico strumento che un bambino di 2-3 anni ha per comunicare emozioni complesse. Non è manipolazione: è comunicazione. Tuo figlio o figlia ti sta raccontando tutta la sua ansia da separazione. Ma tranquilla, nella maggior parte dei casi cessa entro 10-15 minuti dall’ingresso.

Cos’e’ l’ansia da separazione: non un capriccio, una tappa

Tra i 6 mesi e i 3 anni, il cervello del bambino attraversa una fase precisa dello sviluppo: capisce che le persone esistono anche quando non le vede, ma non riesce ancora a prevedere quando torneranno.

Il non sapere quando la mamma, o il papà, torna crea confusione e agitazione.

Questo si chiama ansia da separazione, ed e’ una risposta neurologica normale. Non significa che tuo figlio sia troppo attaccato o che tu abbia fatto qualcosa di sbagliato. Significa che il suo legame con te e’ forte.

Il pianto è il modo con cui tuo figlio o figlia ti sta comunicando la sua confusione, la paura che non tornerai a prenderlo/a.

E che ha bisogno di te per superarlo.

Cosa sente davvero il bambino in quei momenti

Immagina di entrare in un posto che non conosci, con persone che non conosci, senza capire bene perchè ci sei e quando tornerai a casa. Senza poterlo spiegare a parole.

E’ quello che vive tuo figlio.

Il pianto non è capriccio.

E’ sovraccarico: troppe informazioni nuove, troppo in fretta, senza gli strumenti linguistici per elaborarle.

Quando preoccuparsi davvero (e quando no)

Se il pianto cessa entro 10-15 minuti dall’ingresso e il bambino si inserisce nelle attività proposte, siete nella norma. Anche se dovesse continuare a piangere nei giorni immediatamente successivi.

I segnali che meritano attenzione sono diversi:

  • disturbi del sonno persistenti per settimane
  • rifiuto del cibo, regressioni comportamentali
  • pianto inconsolabile che non cessa mai

In questi casi, parlare con l’educatrice e con il pediatra è la mossa giusta.

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L’ansia di cui nessuno parla: la tua

Ma ora parliamo di te.

L’ansia del genitore é il fattore più sottovalutato dell’inserimento pur essendo un aspetto di primaria e fondamentale importanza, per te e per lei/lui. Il sistema nervoso del bambino si sintonizza su quello del genitore: se sei in tensione, lui, o lei,la sente anche senza che tu dica una parola.

E ancora una volta la tua serenità è la sua.

Sì – mi dirai tu – ma come si fa a stare sereni soprattutto se hai trascorso i prime 3 anni insieme?

Procediamo a piccoli passi.

Di norme il fattore più preoccupate, la domanda delle domande di ogni genitore è: “Ma domani piangerà?”

Sicuramente sì. E non si scappa.

E tu?

Una volta in macchina, piangerai anche tu?

Sicuramente sì! Esattamente come lui o lei. E mentre lui, o lei, piano piano faranno amicizie, impareranno a giocare insieme, a condividere, tu sentirai, ogni volta, quel maledettissimo senso di colpa che si incolla addosso mentre guidi verso casa. Quel loop mentale che si rifiuta di fermarsi: “è troppo piccolo, non é pronto, forse potevo aspettare un altro anno.”

Beh, sai cosa ti dico?

L’anno successivo sarebbe stato lo stesso!

Per questo motivo il tuo pianto, vero o metaforico che sia, è tanto importante quanto il suo!

E va affrontato.

Per te stessa. Ma anche per lui o lei. Perchè è contagioso e non lo aiuta!

Perche’ l’ansia del genitore e’ contagiosa

I bambini piccoli non leggono le parole. Leggono i corpi. I gesti. Le posture.

La tensione muscolare della tua mano. Il tono di voce leggermente piu’ alto. Gli occhi troppo lucidi. Tutto questo arriva a lui prima che tu apra bocca.

E il suo sistema nervoso risponde al tuo, come in uno specchio.

Se sei in tensione, lui amplifica la tensione. Se sei, anche con fatica, serena e decisa, lui ha un punto di riferimento a cui agganciarsi. Qualcosa che lo fa sentire sicuro.

E’ normale sentire senso di colpa, ogni genitore consapevole lo sa.

E sapendolo può contenerlo.

Come?

Come gestire la tua ansia nei giorni prima e durante

  • Non fare domande ripetute: ‘Sei sicuro? Vuoi davvero andare?’ Ogni domanda trasmette il dubbio che forse non lo è
  • Tono neutro e deciso: ‘Oggi è un grande giorno: vai all’asilo! Anzi andiamo insieme.’
  • Non caricare di aspettative positive: ‘Vedrai com’e’ bello!’ Se poi il primo giorno non è bellissimo, il bambino si sente in difetto. Meglio: ‘Sarà una cosa nuova. Ci vuole un pò per abituarsi.’
  • Prepara il tuo saluto la sera prima: una frase, un gesto. Decidilo a casa. E poi attieniti a quello.

Se vuoi un modo concreto per cominciare a parlare di separazione con tuo figlio prima del grande giorno: leggi GIOTTO VA A SCUOLA , la storia che ho scritto pensando proprio a questo momento così delicato

Giotto stringe forte la mano di Tasso Taddeo davanti al cancello della scuola del Bosco — copertina fiaba della buonanotte sul primo giorno di scuola per bambini

Tasso Taddeo, neo papà improvvisato, QUI TROVI LA SUA STORIA, accompagna il piccolo riccio Giotto verso qualcosa di nuovo: la scuola.

Cosa NON fare al momento del saluto (anche se sembra la cosa giusta)

I comportamenti più comuni al momento del distacco all’asilo o al nido, come ad esempio mentire sul ritorno, prolungare il saluto, negoziare con i premi , non funzionano. E quasi sempre peggiorano la situazione.

Quando tuo figlio piange e si aggrappa, l’istinto è quello di calmarlo a tutti i costi. Ed è un istinto naturale (Non sai quante volte ci sono passata io con i miei figli!). Ma alcuni dei modi più comuni ottengono l’effetto contrario.

Vediamo insieme alcuni esempi (da evitare come la peste!):

  • “Vado a fare la spesa e torno subito” E’ una bugia. I bambini, anche piccoli, la scoprono. E la prossima volta che ti allontani, quella fiducia vacilla.
  • Prolungare il saluto. Ogni volta che torni indietro perchè piange, gli stai insegnando che il pianto funziona per tenerti lì. Nel tempo, il saluto si allunga, non si accorcia.
  • “Se smetti di piangere ti porto un regalo” Insegna che il pianto è uno strumento di negoziazione. Il giorno dopo, il pianto sarà ancora lì.
  • Sparire di nascosto. Funziona nel brevissimo termine. Nel lungo termine costruisce una sfiducia profonda: la mamma può sparire in qualsiasi momento.

Cosa fare invece: 3 cose concrete che funzionano davvero

Ecco 3 azioni fisiche e precise per il momento del distacco all’asilo, che funzionano sempre:

  • Il saluto rituale. Decidilo a casa, la sera prima. Un bacio sul naso. Un abbraccio speciale. Una frase sempre uguale: ‘Torno dopo la merenda, ti voglio bene.’ Poi esci, senza fermarti, senza guardarti indietro. La prevedibilità del rito rassicura più di qualsiasi spiegazione. Il cervello del bambino impara che quel gesto significa: mamma torna.
  • L’oggetto transizionale. Un peluche, una foto di mamma e papà laminata, un fazzoletto con il tuo profumo. Non è una debolezza: è uno strumento psicologico preciso. Quell’oggetto è il genitore che resta quando il genitore se ne va. Una presenza fisica che dice: non sei solo.

Se il bambino e’ in piena tensione e le parole non arrivano, la FILASTROCCA DELLA CALMA è pensata esattamente per questo: un respiro piccolino, un pupazzo, qualcuno che aspetta.

Filastrocca della calma Topino con il suo orsetto calmo e rilassato nel suo pigiamino a righe
  • La puntualità del ritorno. Arriva esattamente quando hai detto che saresti arrivata. Non cinque minuti dopo: all’ora promessa. E ogni volta che mantieni quella promessa, costruisci un mattone di fiducia. Il giorno dopo, quando lo lasci di nuovo, quel mattone è lì, pronto ad aiutare il tuo bimbo o bimba.

Come le fiabe e le filastrocche aiutano prima del primo giorno di asilo

Leggere fiabe sulla separazione nei giorni precedenti prepara il bambino emotivamente, con modelli narrativi che il cervello di 2-3 anni capisce davvero. Le filastrocche, invece, aggiungono ritmo, allegria, gioco, divertimento e, soprattutto, ancoraggio corporeo.

Le fiabe permettono al bambino di incontrare un’emozione difficile in un contesto sicuro. Di guardarla da fuori, attraverso un personaggio. Di vedere che quella paura non è strana, e che si può attraversare.

La FILASTROCCA DELL’ASILO può, per esempio, diventare il vostro codice segreto. Le stesse parole ogni mattina, mentre vi avvicinate alla porta. Un ritmo che dice ‘ci siamo’ senza bisogno di spiegazioni.

E nei momenti in cui la tensione sale, la FILASTROCCA DELLA CALMA è lì: breve, si impara in fretta, e diventa uno strumento che il bambino porta con sé.

Non sono decorazioni della routine serale o quotidiana.

Sono strumenti, potenti, che parlano il linguaggio dei bambini.

Un’ultima cosa

Ricorda sempre che non sei una mamma che sbaglia se tuo figlio piange.

Sei una mamma che sta accompagnando il suo bambino verso il primo grande passo fuori di casa. Verso il mondo.

Quel pianto non dice che hai fallito. Dice che il vostro legame è forte. E i bambini con legami forti imparano, nel tempo, a usarli come trampolino, non come gabbia.

Ma se stasera vuoi cominciare da qualcosa di piccolo e concreto, ma efficacissimo, leggi GIOTTO VA A SCUOLA insieme al tuo bambino.

Giotto stringe forte la mano di Tasso Taddeo davanti al cancello della scuola del Bosco — copertina fiaba della buonanotte sul primo giorno di scuola per bambini

E’ la storia di Tasso Taddeo che accompagna il suo piccolo riccio verso qualcosa di nuovo, e di quello che si impara lungo la strada.

un passo in piu’?

A proposito di libri che parlano di primi giorni di scuola , PICCOLO GUFO VA A SCUOA di Debi Gliori racconta esattamente questo: e’ il primo giorno di scuola ma lui preferirebbe un piccolo giorno e vorrebbe starsene a casa con la sua mamma e il suo fratellino. Eppure a scuola imparerà a costruire un castello di sabbia, a volare e, ancora più importante, farà tante nuove amicizie!

Se ti va dai un’occhiata alla mia recensione PICCOLO GUFO VA A SCUOLA

Copertina del libro Piccolo Gufo va a scuola

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DISCLAIMER: questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce una valutazione specialistica. Se hai dubbi, rivolgiti a uno psicologo dell’età evolutiva.

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